DI COSA MI OCCUPO, ESSENZIALMENTE

Di cosa mi occupo, essenzialmente? Di poche cose, essenziali. Intanto, cerco di mantenermi viva e in salute. E questo mi prende molto tempo. Il tempo della creazione. Della trasformazione, in realtà. Dalla rarefazione alla praticità. Dalla poesia al gettare la spazzatura.
Poi, credo di occuparmi di bellezza. Non la bellezza di canale 5. Neppure la bellezza di un tramonto. Credo che io cerchi la bellezza come un paleontologo cerca un fossile tra le rocce.

Conseguenza di queste due dimensioni è l’approfondimento della vita come un Mandala, qualcosa che è e poi non è più, nella visione buddista dell’esistenza come eternità.

In questo senso, io non appartengo a niente e a nessuno, non ho mai niente e nessuno, non creo niente e non trasformo niente.

E quello che resta del mio lavoro è più di un fossile, è un superstite ed ha un valore a prescindere da quello che è stato fatto prima e quello che sarà fatto dopo. È infinito anch’esso perché può scomparire.

Altro elemento di trasformazione nel mio percorso, il fuoco. La potenza del fuoco.

E poi l’esplorazione del mare come fonte primaria di intuizione. Vissuto in solitudine in luoghi spesso abitudinari perché il mare non è mai noioso, ovunque sia.

Il mare mi spinge a pensare che la zattera è necessaria ancor più che l’esistenza stessa perché senza zattera non ci possiamo salvare e non possiamo vivere, anneghiamo, moriamo e distruggiamo la terra. Il progetto zattera è la conclusione di un percorso e l’inizio di una strada.

Ed io spero che la mia vita possa aprire con nuovi ciottoli la strada per l’umanità.

E per l’Umanità.

P.S. Se devo tirare in ballo una categoria per definire il mio linguaggio dico che il mio linguaggio è assolutamente banale, o tende alla banalità come effetto diretto della semplicità, che è il momento confortevole dopo la superficialità e la profondità. In sostanza, dopo la superficialità, la profondità, la semplicità, c’è la banalità. E non ho letto Anna Harendt.